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Guardare il mondo da una bicicletta in corsa…e pedalare più forte per veder fuggire tutto in fretta con la coda dell’occhio. Lunghi giri in mezzo al sole, attraverso il vento e le strade più isolate…lasciar fluire i pensieri e allungare le distanze. Questo vivo nelle tarde mattinate, quasi ogni giorno, da quando non ho più il lavoro, da un paio di settimane a questa parte. La velocità ha preso piede nella mia vita e i cambiamenti si accavallano, anche nella sfera privata che ha visto l’arrivo di una nuova casa in previsione del mio matrimonio, nei primi mesi del prossimo anno. Migliaia di progetti e idee di vita nuova si susseguono, si accavallano, si impicciano e si sgomitano…e lo spazio si restringe.
Salire sulla bici e andare…senza sapere bene dove, ma con il cuore più leggero e un paio d’ali tutte nuove che mi porteranno non so dove…ma in un posto buono…questo sento.
E la stagione calda prende piede, già da un po’ la giornata si è allungata e un’ora di luce nuova è stato il regalo dello scorso mese…è tempo di primo sole e di manciate di margherite attraverso i prati, dono di terre ancora senza semi…così sorrido lungo le discese senza più incertezze, e le salite faticose, dove per puntiglio non appoggio mai un piede.
Con le mani ben piazzate sul manubrio pedalo anche quando il fiato si fa corto…mi sento libera di andare…mi sento innamorata.
E’ sceso il silenzio più assordante sul mondo…dopo il pianto impaurito di Tommaso che non ha trovato consolazione, che non si è risolto nell’abbraccio di sua madre…che non si è calmato con una carezza d’amore. Un mese di sonno lontano da casa, non più nella culla, fra le ombre del bosco. E’ sceso il silenzio più assordante sul mondo…rotto solo dall’eco di quel pianto che nessuno riuscirà più a calmare.
Ci sono giorni in cui il corpo segue ritmi propri…sono giorni di passaggio, come amo definirli. Ci si alza la mattina ma in realtà si rimane in dormiveglia, la mente ordina e propone, il corpo non risponde. Si guardano le cose a una distanza giusta, misurata a caso…sembra, in realtà perfetta per tenere a bada i pensieri ingombranti che non se ne vanno, quelli scomodi che ci si porta a spasso, spinti giù nelle tasche…che non feriscano.
E’ subito sera in questi giorni…alzi la testa verso la finestra e già la luce se n’è andata altrove. Così la mente e il corpo scelgono due differenti direzioni…vorrei sapere il cuore quale strada prende.
Buon San Valentino a tutti.
Cantiere di polvere e odore di sigaretta…quando entro dal portone i muri anneriti mi accompagnano lungo la scalinata e già il profumo che ho messo si mescola e quasi si dissolve. Così comincia un nuovo pomeriggio, con i rumori dell’officina a piano terra, montagne di fotocopie sparse come i fili elettrici che hanno l’imperativo sulla stanza. Non c’è nessun oggetto che conservi il suo colore…si è fatto tutto scuro, dai quadri miseri ai davanzali mangiati dall’usura. Le tapparelle ormai sono incastrate e guardano intirizzite i fili che una volta le facevano ballare.
C’è di bello però che la finestra è ampia…di vetro che trema quando il vento avanza, ed anche un sole fiacco come questo di Gennaio inonda ogni angolo di luce…ad ogni modo è il fuori che mi importa, posare gli occhi dove possa immaginare.
Mi siedo, così, per raccapezzarmi a liberare il tavolo di compensato scuro, a mano a mano che il lavoro viene fatto. La mia testa è altrove se non devo far di conto, e quando sono sola, cosa che accade di frequente, comincio a canticchiare sotto voce…allora la stanza si svuota dagli ingombri, cedono i muri, si liberano i fili…insieme a me solo ritagli di musiche inventate, e pezzi di cielo dalla finestra grande.
Cielo da neve per un orizzonte bianco cera...il luna-park deserto con le luci spente fa un certo effetto verso l'imbrunire. A passarci accanto allunghi l'occhio e qualche gatto girovago fa pensare che qualcuno ci si accampi...forse vicino al filo con il bucato steso, panni ormai anneriti che il sapone non vince più di tanto.
Il paese dei balocchi variopinto è piombato nel silenzio...carosello di giganteschi giochi umiliato da un giorno qualunque - che la domenica invece è festa grande. Fili di bandierine impazziscono nell'aria fredda della tramontana, mentre la ruota panoramica è immobile come una collana senza proprietario dai mille ciondoli appesi...
Attraversano la strada una donna e una bambina, riparate dal nevischio sotto lo stesso ombrello...due gonne lunghe a fiori grossi si incollano e si gonfiano sulle gambe smagrite a seconda che il vento vada o venga...zoccoli su piedi veloci che svaniscono dietro la prima giostra, verso i primi fuochi vicino alle baracche...
Ogni casa ha il suo odore…ogni volta che il naso si affaccia dal pianerottolo all’atrio, è rapito da un “che” di riconosciuto e caro. Ad occhi chiusi saprei dire se sono entrata nella casa di mia zia, di mia nonna o nella mia. Anche i giorni hanno un profumo tutto loro, quelli di festa li riconosci dai soffritti o dalla pasta al forno…dalla legna che brucia nel camino con il fumo mischiato all’odore di muschio umido. Da bambina la domenica aveva una moltitudine di segni inconfondibili…il profumo di bagnoschiuma nella vasca – che la domenica mia madre ci faceva belle, a mia sorella e a me…dopo il bagno ci cospargeva di borotalco e davanti allo specchio ci lisciava i capelli. C’era l’odore acuto dell’incenso e quello caldo delle candele, alla messa delle undici e mezza…delle pellicce e della povertà dei mendicanti negli ingressi, dei bar aperti e, in tarda primavera, delle fave di campo, quello che dava sulla strada verso casa.
Profumo di cucina al rientro, di sugo e parmigiano…di carezze e sicurezza, mille volte ritrovata, custodita, conservata. Gli odori sono il diario della memoria, quelli che per strada ti fan chiudere gli occhi e soffermare…sono come le fotografie in bianco e nero, i dischi di vinile e le vecchie poltrone…quelle sulle quali ti addormenti di un sonno lieve senza più età.
Buon Natale
E fu così che il tempo ricompose gli equilibri, come in ogni vita che si rispetti e che segua i canoni dei detti antichi…
Sapevo in fondo che sarebbe arrivato il momento in cui mi sarei abbandonata ad un sonno tranquillo che non avesse bisogno di superalcolici e di sigarette…Ma superare certe notti che ancora esistono è tutt’altra cosa, perché ti costringono a far prender aria alle stanze, quelle divenute ormai proibite e chiuse. E tornano le voci, e con le voci la memoria…nulla esiste di più pericoloso per chi è convinto di aver dimenticato…le pagine sfogliate, la linea di confine oltre la quale non bisogna andare…a lungo rimarcata, per sempre definita.
“Ricordo il meraviglioso istante…
davanti a me apparisti tu
come una visione fugace
come il genio della pura bellezza
nei tormenti di una tristezza disperata
nelle agitazioni di una rumorosa vanità…
suonò a lungo per me la tenera voce
e mi apparvero in sogno i cari tratti…”
- A. Puskin -
Mercoledì di tramontana…gli alberi impoveriti senza più ancelle ad ornamento sfiorano la curva di un orizzonte che si delinea presto…visto che il giorno dura poco. Il vento insiste a screpolar le mani, così come aggredisce la terra ormai compatta e solida. Il cielo spolverato a forza spinge un sole prepotente, che però non scalda…la tramontana sibila lungo gli spifferi, sbanda rami secchi e si fa gioco delle foglie senza peso. Mia zia allungherebbe subito la mano sotto il mio maglione per controllare lo stato di copertura…fondamentale la canottiera ad impedire il fiotto lamentoso della raccomandazione, perché i reni bisogna tenerli al caldo, altrochè, si evitano i reumatismi.
Fuori nel giardino il forno a legna sbuffa fumetti grigio chiaro accanto al pozzo, la talpa è tornata ai sogni ed i mucchietti non ci sono più…mio padre guarda il fuoco appena acceso, che prenda bene e che la fiamma guizzi. Osservo alla finestra il pomeriggio…oro tra i melograni, ali di scintille a rompere il silenzio.
L’ 11 Novembre è San Martino e nella mia famiglia è usanza e tradizione che tutta la parentela, ad ora di cena, si raccolga intorno ad una grossa tavolata per la gran mangiata dell’anno, che ha il suo pari solo nel giorno di Natale e in quello di Pasqua. Tutti, ma proprio tutti sono chiamati a raccolta e col trascorrere del tempo anche qualche amico intimo si è andato ad aggiungere alla combriccola che quest’ anno ha raggiunto il considerevole numero di 19 commensali. Già la settimana precedente il giorno di festa fioccano le telefonate di casa in casa che servono a tessere la rete organizzativa…perché ognuno ha la sua parte: chi le fettuccine, chi il sugo, chi il vino novello e le castagne. La cacciagione poi ha un ruolo fondamentale nel dare inizio al rituale pomeridiano che consiste nell’ormai consolidato “sfottò” tra mio padre, mio zio e la mia prozia i quali si punzecchiano a vicenda sulla preparazione del fuoco, la disposizione de “li celletti” sullo spiedo che sicuramente in “quel modo si bruciano” e che –“ mi raccomando” – devono cuocere a fuoco lentissimo, e che “si dovevano mettere su prima”, e…"se non ci fossi io stasera non si mangerebbe di sicuro!!!". In sottofondo le mie nonne, tutte e due affette da acuta sordità, cercano in qualche modo di non rimanere escluse dalla conversazione, l’una chiedendo continuamente se è arrivato il momento di mangiare, l’altra tentando di intrufolarsi nei discorsi appigliandosi alle poche parole che riesce a captare, con il risultato di intervenire immancabilmente a sproposito provocando lo strillaccio di mio nonno che le intima il silenzio.
Dalla sedia a dondolo di fronte al caminetto circolare, fulcro della stanza, guardo tutti divertita, pensando che non c’è altro posto al mondo in cui mi piacerebbe stare in quel momento…soprattutto se a pochi passi da me c’è il nipotino che improvvisamente azzitta tutti semplicemente intonando la canzone del ragno con le zampette corte e la sottana, e che una volta finito prende un bicchiere di carta e dice “adesso passo a prendere i soldini!”.
Borgate di ciottoli e lanterne…Labro è un paese con le finestre spalancate al cielo, l’edera verde muschio arrampicata su pietre antiche imbevute di secoli e silenzio, storie rimaste impigliate fra le pareti di case senza tempo. Gli odori sono quelli delle cantine con il mosto nelle botti, del pane cotto a legna e dell’acqua di lago che per intero è tuo se solo ti accompagni lungo il muro alto del castello, sul torrione Vitelleschi…specialmente se il sole sta scendendo un poco dentro la vallata, specialmente se c’è foschia, quella incerta che solo di mattina presto puoi trovare, o in certi pomeriggi tiepidi che ti rimangono dentro come i ricordi. Per il ponte di Ognissanti Labro è stato in festa e l’aria si è riempita di profumi nuovi, di cucine improvvisate nelle strade, di calderoni scoppiettanti di castagne. Fino a sera una fisarmonica allegra ha scandito i tempi di cottura e ha svuotato le case di tutti gli inquilini, persino i più vecchi per un pò si son dimenticati degli acciacchi e si sono concessi un giro di mazurca. Le botteghe hanno fatto prestito di larghi banconi per le esposizioni dell’artigianato locale…labirinti di stanze piene di sorprese con accessi stretti e muri un po’ sbilenchi.
Se vai a vedere non avere fretta, e scegliti lo stato d’animo che più ti piace, che non ce n’è uno più adatto, perché qualunque sia l’umore il cuore ne rimane consolato. Ma la notte più di tutto toglie il fiato…esci dalla piccola locanda che una volta era il sottoscala del castello…hai bevuto del buon vino o della birra forte - l’atmosfera rarefatta di luci basse, un ambiente familiare - poi ti ritrovi personaggio in un presepe, stagliato nel cielo di Novembre, ancora carico di stelle.
E pensi che Dio è uno scenografo sapiente.